Quante volte, dopo una sessione di allenamento, ci si chiede cosa possa aver combinato un bicchiere di troppo durante la cena? È una domanda che torna spesso, specie quando le feste si susseguono e – diciamolo – mettere alla prova le proprie abitudini diventa quasi inevitabile. Uno studio norvegese si è concentrato su una relazione più complicata di quanto si pensi: come benessere fisico e consumo di alcol si influenzano reciprocamente. Non è che più sport significhi automaticamente più alcool. La realtà è ben più sfumata.
Quasi 25.000 adulti sono stati seguiti per oltre 16 anni – non un paio di mesi, eh – con particolare attenzione a due parametri: quanto alcol bevevano e quanto fosse la loro fitness cardiorespiratoria, cioè la forza di cuore e polmoni nello sostenere sforzi prolungati. L’obiettivo? Capire come queste due variabili interagissero nel determinare il rischio di mortalità. Interessante è aver monitorato i cambiamenti: chi ha iniziato a bere, chi ha alzato la dose, e chi ha smesso, collegando il tutto all’eventuale miglioramento o peggioramento della forma fisica.
Bere di più non protegge, nemmeno se si è sportivi
Chiaro un punto: alzare il consumo di alcol aumenta il rischio di morte, senza sconti, a prescindere da quanto si bevesse all’inizio. Anche chi stava entro i limiti suggeriti (fino a 140 grammi a settimana per gli uomini e 70 per le donne) ha visto il rischio crescere se, col tempo, ha fatto qualche passo in più nel bere. Un particolare spesso sottovalutato, e – ecco il nodo – nessuna soglia di consumo si può definire del tutto sicura, come da tempo ripete l’Organizzazione Mondiale della Sanità, soprattutto per certe malattie come il cancro.

Capitolo forma fisica: chi ha una fitness cardiorespiratoria bassa – cioè uno “unfit” – ha un rischio di mortalità più alto, anche stando alla larga dall’alcol. Insomma, non bere alcol non basta se non ci si cura della propria forma. Chi non beve e non si tiene in forma, infatti, rischia più del 65% in più rispetto a chi ha una buona forma fisica ma restava astemio. Curioso che questo dato sfugga spesso a chi vive in città, dove sedentarietà e alcool quasi si intrecciano sempre, ma è un campanello d’allarme davvero da considerare per capire cosa influisce sulla salute.
Allenarsi attenua, ma non cancella i rischi dell’alcol
La combinazione tra allenamento e consumo di bevande alcoliche dipinge un quadro più sfumato. L’attività fisica può mitigare in parte il rischio di mortalità legato all’alcol, ma non elimina gli effetti negativi. Chi si mantiene in forma lo “paga” meno rispetto a chi è sedentario, quantomeno in termini di rischio, ma la differenza non è una bacchetta magica.
Da segnalare: anche una persona molto allenata che inizia a bere vede aumentare il proprio rischio. L’idea che lo sport protegga completamente dal danno dell’alcool? Assolutamente no, un mito da sfatare e che perde terreno nei fatti. Un aspetto che, francamente, nelle conversazioni di tutti i giorni – anche nelle chiacchiere sul benessere – non viene nemmeno preso in considerazione.
Cosa possiamo trarre da tutto ciò? La longevità si regge su due pilastri: non aumentare il consumo alcolico nel tempo e mantenere una forma fisica buona, raggiungibile con attività moderata e costante, niente prestazioni da atleta professionista.
Un dettaglio non da poco: migliorare la propria fitness cardiorespiratoria spesso richiede poco sforzo. Niente da diventare maratoneti. Camminare a passo deciso, pedalare, nuotare o introdurre – diciamo così – qualche intervallo più intenso o brevi salite, può fare miracoli per cuore e polmoni. Ecco perché lavori così quotidiani aiutano a combattere gli effetti metabolici e infiammatori legati all’invecchiamento.
Nel Nord Italia, così come da altre parti, il problema resta il bilanciamento tra il piacere sociale di bere e il tempo da dedicare allo sport, lontano da false convinzioni. Chi vive in grandi città sa bene che spazi liberi per allenarsi scarseggiano, mentre gli appuntamenti in cui si consuma alcol sono molteplici. Capire questa realtà è la chiave per creare una cultura più vera e sostenibile della salute nel lungo periodo.
